La mancata presenza dei tifosi a Venafro impone una riflessione che va oltre la singola partita: tra restrizioni, decisioni delle autorità e limiti di un calcio dilettantistico che fatica a valorizzare le proprie realtà più importanti, a pagare il prezzo è anche il senso di appartenenza.

La vittoria per 3-0 contro il Budoni ha restituito entusiasmo alla Paganese, offrendo alla squadra una risposta importante dopo le recenti battute d'arresto e l'eliminazione dalla Coppa Italia. I gol di El Haddadi, Figueras e Cordova hanno riportato il sorriso nell'ambiente azzurrostellato, ma intorno al campionato di Serie D resta una questione che merita una riflessione più ampia.

La difficoltà di seguire la squadra in trasferta, fino alla prospettiva di una domenica senza il sostegno dei propri tifosi, non è soltanto un problema logistico. È il sintomo di un sistema che, tra provvedimenti delle autorità e caratteristiche organizzative del campionato, rischia di comprimere proprio quelle realtà che potrebbero contribuire a dare maggiore prestigio e visibilità alla categoria.

Le restrizioni alla vendita dei tagliandi, le difficoltà legate alla disponibilità dei posti e le decisioni assunte per ragioni di ordine pubblico possono incidere concretamente sulla possibilità dei sostenitori di accompagnare la squadra. Le esigenze di sicurezza sono imprescindibili, ma proprio per questo sarebbe auspicabile che ogni misura fosse accompagnata da una valutazione attenta delle alternative praticabili, quando sussistono le condizioni per consentire una partecipazione regolamentata.

Perché il rischio è evidente: trasformare il diritto di seguire la propria squadra in un privilegio condizionato da ostacoli sempre più difficili da superare, fino a rendere quasi irrilevante il contributo di una tifoseria che rappresenta una componente fondamentale della storia del club.

La Paganese porta con sé una tradizione, un seguito e un'identità che non possono essere considerati elementi secondari. Lo stesso vale per tante altre società che, pur militando nei campionati dilettantistici, hanno alle spalle comunità sportive capaci di garantire partecipazione, passione e interesse.

Eppure, troppo spesso, la Serie D sembra non riuscire a valorizzare pienamente questo patrimonio. Le trasferte complicate, le limitazioni alla partecipazione del pubblico e le difficoltà organizzative rischiano di allontanare i tifosi proprio da un campionato che avrebbe bisogno di maggiore coinvolgimento.

È una contraddizione che merita di essere affrontata: da una parte si auspica che il calcio dilettantistico cresca, acquisisca visibilità e coinvolga le comunità; dall'altra, quando una piazza importante incontra difficoltà nel seguire la propria squadra, il risultato può essere una partecipazione ridotta e un impoverimento dell'esperienza sportiva.

Un campionato non si valorizza soltanto attraverso i risultati e le classifiche, ma anche mettendo le proprie società nelle condizioni di esprimere il peso della loro storia e della loro tifoseria.

Non si tratta di mettere in discussione le valutazioni delle autorità competenti né di sottovalutare le ragioni di ordine pubblico. La sicurezza deve rimanere una priorità assoluta. Ma proprio la sua importanza dovrebbe spingere verso un confronto costante tra istituzioni, forze dell'ordine, organizzatori e società sportive, affinché le restrizioni non diventino l'unica risposta possibile.

Quando esistono margini operativi, occorre cercare soluzioni che consentano di conciliare la tutela dell'ordine pubblico con la partecipazione dei sostenitori. Perché impedire o rendere estremamente difficile una trasferta significa incidere anche sulla dimensione collettiva del calcio, privando una squadra di una parte del proprio ambiente e i tifosi della possibilità di vivere pienamente la propria passione.

La questione non è stabilire chi abbia ragione a prescindere, ma chiedersi se il sistema riesca davvero a trovare un equilibrio tra sicurezza e diritto alla partecipazione sportiva.

Il successo contro il Budoni rappresenta un punto di ripartenza per una squadra chiamata a ritrovare continuità e ambizione. Ma il percorso della Paganese non può essere letto soltanto attraverso ciò che accade nei novanta minuti.

Una piazza importante ha bisogno di poter esprimere il proprio valore anche sugli spalti, nelle trasferte, nel rapporto con le altre comunità sportive. Non per rivendicare privilegi, ma per vedere riconosciuta la propria dimensione all'interno di un campionato che dovrebbe trovare proprio nelle sue realtà più rappresentative una risorsa da custodire.

Il rischio, altrimenti, è quello di neutralizzare progressivamente il peso di società e tifoserie storiche, riducendo la loro capacità di incidere sullo spettacolo e sull'identità della competizione.

La Paganese continuerà a fare la propria parte sul terreno di gioco. Ma chi governa il sistema sportivo e chi assume decisioni che incidono sulle trasferte dovrebbe interrogarsi su come preservare il valore di queste piazze, senza ignorare le esigenze di sicurezza e organizzazione.

Perché il calcio dilettantistico non può chiedere passione e appartenenza per poi rischiare di renderle difficili da vivere. E una piazza come Pagani, con la sua storia e il suo seguito, merita di essere protagonista non soltanto la domenica al Marcello Torre, ma anche lontano da casa.

La Paganese ha bisogno della sua gente. La Serie D, per crescere davvero, ha bisogno di piazze come Pagani.

Sezione: Editoriale / Data: Ven 16 ottobre 2026 alle 08:00
Autore: Redazione TuttoPaganese
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